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Ci svegliamo presto ogni mattina, i sogni ancora impigliati agli angoli degli occhi. Facciamo fatica a trovare la strada nella penombra, quasi non riusciamo a riconoscere il nostro riflesso nello specchio, che ci rimanda uno sguardo rugoso, segnato dalle pieghe delle lenzuola. La luce ci ferisce, piacevole e spietata. Il primo caffé ci scotta le lingue, brucia gli esofaghi, un improvviso e caldissimo benvenuto. I vestiti che sceglieremo di indossare, ripiegati e lindi nei cassetti; quelli del giorno prima appallottolati a terra, gettati in un angolo, reietti. Vorremmo che il getto della doccia lavasse via tutti i malumori e le insicurezze, i pensieri che si impigliano nei capelli e a cui non sappiamo dare voce, che scorrono via nei tubi e negli scarichi e infine trovano rifugio in altri mari, pronti a trasformarsi in nubi di pioggia che presto o tardi cadrà su di noi. Abbiamo sogni, progetti, programmi, parole che non portiamo mai a termine, sparpagliati qui e là a spezzoni, come bambini mutilati relegati in un limbo perpetuo. Abbiamo poca forza, poca pazienza, molta fretta e molta speranza, piedi che si muovono leggeri e mani agili come uccelli. Siamo unici e vorremmo poter essere molteplici, per vedere tutto, sentire tutto, essere in ogni luogo e in ogni tempo, non sprecare nulla, non rimanere mai indietro, e invece facciamo fatica, una fatica immensa, arranchiamo eppure non basta, siamo piccoli, siamo grandi, proviamo a rimanere in equilibrio. Cadiamo, ci sbucciamo le ginocchia, e le nostre ginocchia sono le ginocchia di tutti, dei nostri padri e delle nostre madri, ginocchia maschili e femminili, giovani e vecchie, carnose e ossute, fragili e deboli, e su vecchie cicatrici se ne formano altre, e sarà sempre così.
In strada incrociamo gli sguardi di sconosciuti, ci scambiamo frasi o sorrisi, cediamo il passo, diciamo grazie e prego, riceviamo gentilezze inaspettate da qualcuno in fila alle poste accanto a noi, ci guardiamo con curiosità, a volte tenerezza, a volte epidermica antipatia. Camminiamo veloci e la polvere ci entra nelle scarpe, ci patina le guance, ci pizzica negli occhi: polvere di città sgretolate, di lavori in corso, polvere dei giorni passati ancora sospesi in un punto dell'atmosfera. Lanciamo sguardi alle vetrine per cogliere il nostro passaggio, a volte vanitosi, a volte insicuri del nostro aspetto, a volte semplicemente per controllare di essere ancora lì, perché ci veda qualcun altro, confermandoci che siamo reali. Negli autobus e nelle metropolitane ostentiamo indifferenza, ma in realtà osserviamo questi estranei che ci circondano, che sono bellissimi e bruttissimi, come noi, trattenendoci dal farci accorgere di questi sguardi penetrantio che non sapremmo come giustificare. Eppure li guardiamo, li mangiamo con gli occhi, li spolpiamo dei vestiti e poi della carne fino alle ossa, vogliamo vederli, conoscere i loro nomi e le loro storie, imparare da ognuno un gesto, una frase, qualcosa che ci era sconosciuta solo un attimo prima. E respiriamo l'aria che prima era stata di qualcun altro, e abbiamo tic e gesti nervosi e tipici, qualcuno si schiarisce la gola, qualcuno sbadiglia, qualcuno striscia i piedi a terra, qualcuno sorride di un ricordo, lo sguardo perso nel vuoto.
Officiamo i nostri rituali personali, ogni giorno, ogni minuto, rituali inutili eppure indispensabili: c'è chi si lava le mani appena prima di mettersi a letto, chi si spazzola i denti con cadenzata dedizione, altri che guardano l'ultimo telegiornale della notte. Alcuni pregano, altri sistemano qualunque cosa credano possa servirgli il giorno dopo, c'è qualcuno che lascia pronta e chiusa la macchinetta del caffé, per pigrizia o timore di far tardi nel prepararla la mattina. Poi, ognuno scava la sua personale nicchia, stesi di fianco o supini, con le gambe distese oppure in posizione fetale; c'è chi dorme in coppia, abbracciato, e coppie che dormono distanti dopo aver litigato, e bambini che piombano di notte nel letto dei genitori, costringendoli ad un sonno irrequieto. Qualcuno non riesce a prendere sonno, e colma i posacenere della casa di mozziconi notturni. Qualcuno ha i capelli sparsi a raggiera sul cuscino, pensa a cose bellissime e sorride. Qualcuno sente il corpo e il respiro farsi pesanti, e dopo un minuto dorme già.