It's always best when the light is off
Sono passati undici anni da quel 30 ottobre del 1997. La prima volta che vidi i Radiohead dal vivo. Ero una ragazzina di 16 anni allora, fuori dal Palasport c'era Firenze e faceva freddissimo e c'era mia madre che mi aveva accompagnata, e con me un amico più piccolo di due anni che mi ha tenuta per mano per non perdermi tra la folla. Ad aprire il set c'erano i Tre Allegri Ragazzi Morti, e io non sapevo chi fossero, né m'interessava. Volevo solo loro. A pensarci bene, quello fu il primo Concerto della mia vita, intendo una di quelle occasioni in cui sei insieme ad altre migliaia di persone, e vi luccicano gli occhi per lo steso motivo.
Quello di martedì scorso, a distanza di tanto tempo, è stato-se possibile-ancora meglio del primo. Decisamente, sì. Uno pensa di non avere più l'età per certe cose, fare file interminabili, stare in piedi ore ad aspettare che il concerto inizi, sopportare la musica reggae dell'intrevallo tra Bat For Lashes e i nostri eroi. Allora ci si premunisce, si porta con sé uno zaino e l'ombrello e acqua e panini e persino un blister di antidolorifici per il mal di schiena, dovesse mai cogliere all'improvviso, il marrano. Come nel più banale dei cliché, su Milano piove. Roba che alle sette di sera si apre completamente il cielo e cade giù una massa d'acqua imbarazzante, come quando sei in strada e fai troppo casino e la vecchina del terzo piano ti rovescia in testa una bacinella d'acqua, fate silenzio, ragazzacci. Così. Un tizio accanto a me indossa un jeans e una maglietta, nient'altro. Gli verrà una bronchite-penso. E invece, sembra quasi che nessuno si accorga del disagio, del fango, dei fiumi d'acqua che scendono giù dagli spalti, dei jeans e dei calzini fradici che poi si asciugheranno addosso nelle ore a seguire creando terreno fertile per i nostri reumatismi di domani. Ci saranno-non so, non sono brava a fare i calcoli a occhio-venti, trentamila persone?, tranquille, in attesa. Appena i tizi di Oxford salgono sul palco smette di piovere, per lasciare il posto a un cielo giallogrigio che ha fatto da sfondo ad una delle cose più emozionanti alle quali abbia mai assistito.
Ma poi, mi chiedo, perché ho iniziato a scrivere questo resoconto? Non volevo parlare del concerto, non c'è nulla che si possa raccontare. Chi c'era, lo sa.
Piuttosto, volevo ricordare alcuni momenti salienti delle mie Tre Giornate di Milano:
– in treno, all'andata, assisto divertita alla discussione tra un ragazzo (che-tral'altro-sono sicura di aver già visto da qualche parte) e sua moglie: lui è preoccupatissimo perchè crede che solo a Roma si vendano i panini, ed è terrorizzato dall'idea che, una volta a Milano, non avrà di che sfamarsi prima del concerto.
– mando un messaggio che non ottiene alcuna risposta. Le mie premonizioni cominciano a fare cilecca, oppure il destinatario ha cambiato numero. Peccato, però.
– a Emilio, ragazzo della security che mi ha fatto compagnia e ha preso a cuore la mia causa, facendo in modo che alla fine io potessi raggiungere la mia postazione, grazie, ovunque tu sia
– Thom Yorke come Nando Martellini: "France, nul; Italy, dueee!!!"
– mercoledì ho pranzato al giapponese con la mia amica attrice: misto sushi e tigremaki in agrodolce. C'è voluto un po'a riabituarmi alle bacchette, ma che goduria.
– la stazione di Milano Centrale mi piace tantissimo.
– torno a casa stanchissima, dopo un viaggio di quattro ore e mezzo, e scopro che qualcuno ha dormito nel mio letto. Se non sono saltata al collo di quellalì è solo e soltanto perché sono una Signora. Deve ringraziare Santa Pazienza (la mia) e Santa Christine, la santa protettrice delle cretine.