intermittente, e altre storie

venerdì, 29 agosto 2008

2/4





Ci svegliamo presto ogni mattina, i sogni ancora impigliati agli angoli degli occhi. Facciamo fatica a trovare la strada nella penombra, quasi non riusciamo a riconoscere il nostro riflesso nello specchio, che ci rimanda uno sguardo rugoso, segnato dalle pieghe delle lenzuola. La luce ci ferisce, piacevole e spietata. Il primo caffé ci scotta le lingue, brucia gli esofaghi, un improvviso e caldissimo benvenuto. I vestiti che sceglieremo di indossare, ripiegati e lindi nei cassetti; quelli del giorno prima appallottolati a terra, gettati in un angolo, reietti. Vorremmo che il getto della doccia lavasse via tutti i malumori e le insicurezze, i pensieri che si impigliano nei capelli e a cui non sappiamo dare voce, che scorrono via nei tubi e negli scarichi e infine trovano rifugio in altri mari, pronti a trasformarsi in nubi di pioggia che presto o tardi cadrà su di noi. Abbiamo sogni, progetti, programmi, parole che non portiamo mai a termine, sparpagliati qui e là a spezzoni, come bambini mutilati relegati in un limbo perpetuo. Abbiamo poca forza, poca pazienza, molta fretta e molta speranza, piedi che si muovono leggeri e mani agili come uccelli. Siamo unici e vorremmo poter essere molteplici, per vedere tutto, sentire tutto, essere in ogni luogo e in ogni tempo, non sprecare nulla, non rimanere mai indietro, e invece facciamo fatica, una fatica immensa, arranchiamo eppure non basta, siamo piccoli, siamo grandi, proviamo a rimanere in equilibrio. Cadiamo, ci sbucciamo le ginocchia, e le nostre ginocchia sono le ginocchia di tutti, dei nostri padri e delle nostre madri, ginocchia maschili e femminili, giovani e vecchie, carnose e ossute, fragili e deboli, e su vecchie cicatrici se ne formano altre, e sarà sempre così.
In strada incrociamo gli sguardi di sconosciuti, ci scambiamo frasi o sorrisi, cediamo il passo, diciamo grazie e prego, riceviamo gentilezze inaspettate da qualcuno in fila alle poste accanto a noi, ci guardiamo con curiosità, a volte tenerezza, a volte epidermica antipatia. Camminiamo veloci e la polvere ci entra nelle scarpe, ci patina le guance, ci pizzica negli occhi: polvere di città sgretolate, di lavori in corso, polvere dei giorni passati ancora sospesi in un punto dell'atmosfera. Lanciamo sguardi alle vetrine per cogliere il nostro passaggio, a volte vanitosi, a volte insicuri del nostro aspetto, a volte semplicemente per controllare di essere ancora lì, perché ci veda qualcun altro, confermandoci che siamo reali. Negli autobus e nelle metropolitane ostentiamo indifferenza, ma in realtà osserviamo questi estranei che ci circondano, che sono bellissimi e bruttissimi, come noi, trattenendoci dal farci accorgere di questi sguardi penetrantio che non sapremmo come giustificare. Eppure li guardiamo, li mangiamo con gli occhi, li spolpiamo dei vestiti e poi della carne fino alle ossa, vogliamo vederli, conoscere i loro nomi e le loro storie, imparare da ognuno un gesto, una frase, qualcosa che ci era sconosciuta solo un attimo prima. E respiriamo l'aria che prima era stata di qualcun altro, e abbiamo tic e gesti nervosi e tipici, qualcuno si schiarisce la gola, qualcuno sbadiglia, qualcuno striscia i piedi a terra, qualcuno sorride di un ricordo, lo sguardo perso nel vuoto.
Officiamo i nostri rituali personali, ogni giorno, ogni minuto, rituali inutili eppure indispensabili: c'è chi si lava le mani appena prima di mettersi a letto, chi si spazzola i denti con cadenzata dedizione, altri che guardano l'ultimo telegiornale della notte. Alcuni pregano, altri sistemano qualunque cosa credano possa servirgli il giorno dopo, c'è qualcuno che lascia pronta e chiusa la macchinetta del caffé, per pigrizia o timore di far tardi nel prepararla la mattina. Poi, ognuno scava la sua personale nicchia, stesi di fianco o supini, con le gambe distese oppure in posizione fetale; c'è chi dorme in coppia, abbracciato, e coppie che dormono distanti dopo aver litigato, e bambini che piombano di notte nel letto dei genitori, costringendoli ad un sonno irrequieto. Qualcuno non riesce a prendere sonno, e colma i posacenere della casa di mozziconi notturni. Qualcuno ha i capelli sparsi a raggiera sul cuscino, pensa a cose bellissime e sorride. Qualcuno sente il corpo e il respiro farsi pesanti, e dopo un minuto dorme già.

scritto da: amilla alle ore 29/08/2008 21:19 | link | commenti
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mercoledì, 20 agosto 2008

– ma boh.
– che poi, "ma boh" dovrei dirlo io.

Tutti hanno il diritto di poter contare su qualcuno. Ma impara che non sempre è possibile. Imparalo in fretta.

[e sii scaltra, come un pesce su una monetina]

scritto da: amilla alle ore 20/08/2008 14:26 | link | commenti (4)
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immagine del giorno.

scritto da: amilla alle ore 20/08/2008 13:54 | link | commenti
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martedì, 05 agosto 2008

In equilibrio




Il primo gesto è stendere le gambe.
Il primo gesto è stendere le gambe, il secondo quello scricchiolìo nell'articolazione della spalla, poi aprire gli occhi ancora incollati all'ultimo residuo di sonno che scivola via e guardarsi attorno, mettere a fuoco la luce che filtra e gli oggetti, misurare lo spazio che la circonda, dove si trova, in quale letto, in quale casa, in quale città. Apre la finestra e il mondo fuori la investe, come ogni mattina.
Al primo gesto ne seguono altri, le gambe, che sono ancora contratte dal passaggio dalla posizione supina a quella eretta la portano in cucina a fare il caffé. Come ogni mattina. Da molto tempo, ormai, non ricorda più i suoi sogni. Le è anche capitato di pensare di avere smesso di farne, ma no, non sarebbe possibile, sa che non è così: ciò che la separa dalla consapevolezza del ricordo è uno spazio vuoto che risucchia ogni cosa, uno spazio prima occupato da Qualcosa che ora lei non riesce più a trovare. Solo che non è stato per disattenzione che ha perso la cosa che prima occupava quello spazio. Lo sa, e questo la manda ai matti.
Non si tratta di una cosa preziosa, né indispensabile, ma lei ci è sempre stata attenta, in qualche modo ci si era affezionata. Anche se non è la prima volta che le capita di perderla. Le si era presentata, un giorno, sotto forma di Pensiero, quasi per caso, e col passare del tempo si erano abituati uno alla compagnia dell'altra. Lei sapeva di non doversi affezionare troppo, i Pensieri, si sa, sono come palloncini, basta una minima distrazione e volano via. Ma lei teneva il filo con mano ferma, e lui sembrava felice di avere una nuova compagna di giochi, qualcuno attorno a cui svolazzare, qualcuno da non perdere mai di vista. E poi un giorno – stendere le gambe, il consueto scricchiolìo nella spalla, le palpebre trafitte dalla luce, il borbottìo della macchinetta del caffé – ecco che non c'era più. Volato via, sparito nel nulla, al suo posto quello spazio vuoto, bolla trasparente, gesto sospeso. Legato al polso di lei, però, c'era ancora il filo. Ora –e questo lei non l'avrebbe mai immaginato– sbarazzarsi di un filo è una delle cose più complicate al mondo. Un semplice filo, una cosa piccola, sottile: eppure. Eppure è una cosa che richiede tempo, e pazienza, e determinazione. E il filo s'impiglia, s'ingarbuglia, e uno crede di esserti liberato e invece lui è ancora lì, attaccato al polso, alle dita, che tira, si tende, si divincola, non ti lascia andare un passo più avanti. Ingannevole il filo (e il Pensiero) più di ogni cosa: ma il tempo, e la pazienza, e la determinazione, sembrarono aver prodotto l'effetto sperato. Certo, non che lei s'illudesse di averlo eliminato del tutto, perchè il Pensiero è subdolo e tenace, come certi parassiti; c'erano ancora giorni in cui sentiva un leggero strattone, un'ombra si affacciava al suo fianco, ma erano episodi passeggeri che lei riusciva a tenere a bada, e sentiva che il filo stava per spezzarsi.
Ma non è così che finisce la storia. Un Pensiero non ti abbandona, non si dimentica, non si perde: ritrova sempre la strada di casa. Puoi provare a chiudere porte e finestre, ma riuscirà ad intrufolarsi anche se non vuoi, anche se nel frattempo avevi trovato una sorta di equilibrio, su quel filo. Gli stessi gesti ogni mattina, ma poi un giorno, quando ancora il sapore del caffé si arrotola alla lingua, ecoo che sente tirare più forte. Volge lo sguardo alla mano, al polso: un capo del filo è lì, legato stretto, teso, e all'estremità c'è il Pensiero, lo stesso, fluttuante, sembra che la guardi con un sorriso sornione, sembra quasi dire "Che fai, non mi saluti?". Eccolo, è tornato. E' tornato da solo, di sua spontanea volontà, senza essere stato chiamato, invocato a gran voce, anzi, è tornato proprio quando lei si era oramai assestata nel suo equilibrio e non aveva più bisogno di qualcosa che facesse da contrappeso. Ma ovviamente, un Pensiero fa di testa propria, viene e va quando vuole, lei lo sa. "Sarà tornato per restare?" –si domanda lei. "Forse sa che quando un Pensiero ti appartiene, e tu appartieni a lui, non è possibile abbandonarlo. Forse, gli mancava il suo filo, quel filo che è legato a me. O forse, semplicemente, era lui ad aver bisogno di un contrappeso. Ma se è così, io non posso essere il suo. L'equilibrio che ho trovato a fatica è così facile da spezzare, basta un colpo di vento, un fremito, basta il fluttuare di un Pensiero. Non posso tenere in equilibrio entrambi, me e lui. Allora va', vai via –gli dico– va' via sparisci trova un altro filo non tornare, non tornare, lascia ti prego che io mi liberi di te."



(e, beh, grazie dello spunto, il resto poi è venuto da sé)

scritto da: amilla alle ore 05/08/2008 15:56 | link | commenti
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