I will try not to breathe, the decision is mine
Forse per oggi semplicemente basta. Forse è ora di cominciare a fare dei programmi, o smettere di farne. Forse è stato meglio, di due cose che erano in palese conflitto tra loro, eliminarne una. Forse è ora di capire quali sono le cose importanti. Forse sarebbe bene godersi le cose poco alla volta, come questa sigaretta. Forse dovrei lasciare il tempo alle cose di fare il loro corso. Forse dovrei rifarmi il letto, mettere a posto le scarpe disseminate per la stanza. Forse dovrei imparare ad essere più malleabile. Forse dovrei smettere di pensare alle prossime occasioni, alle prossime volte, ai prossimi minuti che verranno. Forse le congetture fanno venire il mal di stomaco. Forse esisteva una strada più breve e meno impervia, per circumnavigare il perimetro di Villa Ada, ma se è così, mi sarei persa un'ora di passeggiata in posti sconosciuti che non sembrava nemmeno di stare in città, avrei perso minuti preziosi e chiacchiere e un notturno preso al volo, e sarebbe stato un peccato. Forse avrei dovuto tenere gli occhi puntati fissi davanti a me, tanto le cose, se devono accadere, ti arrivano alle spalle senza chiedere permesso. Forse dovrei essere più paziente. Forse dovrei essere meno compulsiva nelle cose in cui lo sono. Forse dovrei avere più fiducia, in me. Forse dovrei rimettermi a guidare la macchina (se ne avessi una a disposizione). Forse dovrei sorridere di più. Forse dovrei preoccuparmi di meno. Forse, molte delle cose che penso sono sbagliate. Forse, molte delle cose che penso sono giuste. Forse non è vero che non esistono più le mezze stagioni. Forse l'uomo è davvero sbarcato sulla Luna. Forse dovrei smettere di pensare, smettere di mangiare, smettere di parlare, smettere di ostinarmi, smettere. Forse, ogni cosa andrà per il verso giusto. Forse, semplicemente non esiste, un "verso giusto". Forse non sarebbe mai esistito, un momento per fare andare le cose come avrei voluto. Forse, è meglio così. Forse, semplicemente, sono molto più capace di quanto io creda.
O forse no.
It's always best when the light is off
Sono passati undici anni da quel 30 ottobre del 1997. La prima volta che vidi i Radiohead dal vivo. Ero una ragazzina di 16 anni allora, fuori dal Palasport c'era Firenze e faceva freddissimo e c'era mia madre che mi aveva accompagnata, e con me un amico più piccolo di due anni che mi ha tenuta per mano per non perdermi tra la folla. Ad aprire il set c'erano i Tre Allegri Ragazzi Morti, e io non sapevo chi fossero, né m'interessava. Volevo solo loro. A pensarci bene, quello fu il primo Concerto della mia vita, intendo una di quelle occasioni in cui sei insieme ad altre migliaia di persone, e vi luccicano gli occhi per lo steso motivo.
Quello di martedì scorso, a distanza di tanto tempo, è stato-se possibile-ancora meglio del primo. Decisamente, sì. Uno pensa di non avere più l'età per certe cose, fare file interminabili, stare in piedi ore ad aspettare che il concerto inizi, sopportare la musica reggae dell'intrevallo tra Bat For Lashes e i nostri eroi. Allora ci si premunisce, si porta con sé uno zaino e l'ombrello e acqua e panini e persino un blister di antidolorifici per il mal di schiena, dovesse mai cogliere all'improvviso, il marrano. Come nel più banale dei cliché, su Milano piove. Roba che alle sette di sera si apre completamente il cielo e cade giù una massa d'acqua imbarazzante, come quando sei in strada e fai troppo casino e la vecchina del terzo piano ti rovescia in testa una bacinella d'acqua, fate silenzio, ragazzacci. Così. Un tizio accanto a me indossa un jeans e una maglietta, nient'altro. Gli verrà una bronchite-penso. E invece, sembra quasi che nessuno si accorga del disagio, del fango, dei fiumi d'acqua che scendono giù dagli spalti, dei jeans e dei calzini fradici che poi si asciugheranno addosso nelle ore a seguire creando terreno fertile per i nostri reumatismi di domani. Ci saranno-non so, non sono brava a fare i calcoli a occhio-venti, trentamila persone?, tranquille, in attesa. Appena i tizi di Oxford salgono sul palco smette di piovere, per lasciare il posto a un cielo giallogrigio che ha fatto da sfondo ad una delle cose più emozionanti alle quali abbia mai assistito.
Ma poi, mi chiedo, perché ho iniziato a scrivere questo resoconto? Non volevo parlare del concerto, non c'è nulla che si possa raccontare. Chi c'era, lo sa.
Piuttosto, volevo ricordare alcuni momenti salienti delle mie Tre Giornate di Milano:
– in treno, all'andata, assisto divertita alla discussione tra un ragazzo (che-tral'altro-sono sicura di aver già visto da qualche parte) e sua moglie: lui è preoccupatissimo perchè crede che solo a Roma si vendano i panini, ed è terrorizzato dall'idea che, una volta a Milano, non avrà di che sfamarsi prima del concerto.
– mando un messaggio che non ottiene alcuna risposta. Le mie premonizioni cominciano a fare cilecca, oppure il destinatario ha cambiato numero. Peccato, però.
– a Emilio, ragazzo della security che mi ha fatto compagnia e ha preso a cuore la mia causa, facendo in modo che alla fine io potessi raggiungere la mia postazione, grazie, ovunque tu sia
– Thom Yorke come Nando Martellini: "France, nul; Italy, dueee!!!"
– mercoledì ho pranzato al giapponese con la mia amica attrice: misto sushi e tigremaki in agrodolce. C'è voluto un po'a riabituarmi alle bacchette, ma che goduria.
– la stazione di Milano Centrale mi piace tantissimo.
– torno a casa stanchissima, dopo un viaggio di quattro ore e mezzo, e scopro che qualcuno ha dormito nel mio letto. Se non sono saltata al collo di quellalì è solo e soltanto perché sono una Signora. Deve ringraziare Santa Pazienza (la mia) e Santa Christine, la santa protettrice delle cretine.
"...ora possiamo mangiare la sua cioccolata".
Agghiacciante. Bellissimo.
Day is done
Oggi no. Oggi proprio no, è una di quelle giornate in cui non ci si sarebbe nemmeno dovuti alzare dal letto. Avevo ricevuto un avvertimento, stamattina, svegliata alle sette da un crampo terribile al polpaccio sinistro, di quelli che ti buttano giù dal letto e fanno sbattere violentemente la pianta del piede a terra, con tutta la forza, ancora con gli occhi chiusi e un sogno interrotto e rimasto impigliato da qualche parte, all'attaccatura delle sopracciglia. Sbatto il piede a terra in attesa che il dolore svanisca, che il muscolo si decontragga, che il sogno trattenuto possa scivolare via felice.
Mi meraviglia, a volte, la mia incapacità nel leggere i segnali più elementari.
Che giornata. Meno male che sta per finire, va'.
Meno male che ad ottobre ci sono gli of Montreal.
the words are coming out all weird
Gli eventi spesso ci colgono impreparati. Come quando in estate arrivano quegli acquazzoni imporovvisi, e tu un attimo prima sei lì con i tuoi sandaletti che ti crogioli al sole e certo che non ti eri portata l'ombrello, e dal cielo cadono goccioloni che a contatto con il terreno sfrigolano sprigionando quel loro tipico odore.
E a volte, ci sono sorprese che ci lasciano inebetiti. O forse sono io, che credo di sapere sempre in anticipo come si svolgerà un certo evento, troppo sicura di un certo quinto senso e mezzo acquisito con il tempo; io, che non amo dare nulla per scontato, a volte cado in contraddizione. Forse perché pecco nel ritenere che ciò che è "normale", quello che ha un senso per me, lo debba avere per tutti. Per tutti coloro a cui voglio bene, almeno. (Alla mia età mi capita di essere ancora così ingenua, sì).
C'è chi scrive e si domanda se sia giusto avere delle aspettative dalle cose e dalle persone che ci circondano, e si risponde–serenamente e in piena padronanza di sé–che sì, è giusto mettere sé stessi e gli altri nella posizione di stupire e deludere, sapendo di poter ricevere in cambio sorrisi o reprimende: beh, mi si permetta di dire che lo trovo più che giusto. Che quella delle "zero aspettative, zero delusioni" è una mera strategia di sopravvivenza, ma in fondo, lo sappiamo tutti, così non si va da nessuna parte.
Mi si permetta di dire, a questa persona, che le mando un abbraccio.