And it was all yellow
Certo che mi ricordo. Mi ricordo tutto. Chiudo gli occhi e sulla superficie interna delle palpebre si disegna la piantina della casa, e i volti di quelli che ci abitavano, e tutti i particolari più minuscoli, e gli odori, quelli soprattutto, è come se li sentissi in questo momento.
Non vuol dire nulla che ero piccola, allora. In quella casa ci ho praticamente vissuto per più di dieci anni. Ricordo che era in un parco che aveva il nome di una stella, e c'era una baracca di un anziano signore che teneva con sé una capra e delle galline. In piena città.
Mi ricordo la porta azzurra dell'ascensore, e al quarto piano c'era l'appartamento. La porta sulla destra. All'entrata c'erano un attaccapanni di legno, una cassapanca, un portaombrelli e un mobile in cui lui teneva tutti i documenti, le bollette e le ricevute. Era sempre buio, l'ingresso, e quand'ero piccola giocavo a nascondermi dietro l'attaccapanni nell'angolo, da sola, senza dover aspettare che qualcuno venisse a cercarmi. Giochi di bambina in una casa senza altri bambini.
Poi c'era un lungo corridoio, enorme, o almeno così è nei miei ricordi, sembrava una pista infinita. A sinistra la cucina, quella in cui lei, in vestaglia, la faccia stanca dietro gli occhiali dalle lenti spesse, mi sbucciava i chicchi d'uva. Lo zucchero nella zuccheriera di porcellana bianca, quello zucchero dall'odore inconfondibile che non ho mai più ritrovato in nessuna casa. La cucina in cui la domenica si pranzava tutti insieme, penne al sugo e spezzatino, facevamo a gara e lui faceva sempre vincere me. Diceva che si era distratto, che ormai si stava facendo vecchio, ma io lo so che lo faceva apposta e mangiava con lentezza, sorridendo sotto i baffi bianchi. Di fronte c'era il salone, con la poltrona su cui ci sedevamo a guardare i cartoni animati di tom&jerry e i programmi del sabato sera degli anni ottanta. Il mobile in cui teneva la scatola delle caramelle. Il telefono a disco. La statua in bronzo del dio mercurio, col dito puntato al cielo. Mi ricordo tutto, te l'ho detto.
C'erano tre camere da letto: la prima, sempre avvolta nella penombra, era quella in cui lei si toglieva la retina e le forcine e pettinava i capelli radi, che per un vezzo portava ancora lunghi come quando era ragazza. Poi si sedeva sulla sedia a dondolo, e io di fronte scartavo le caramelle agli agrumi, quelle a forma di spicchio, che tra l'altro non mi sono mai piaciute, e lei parlava di sé, mi raccontava la sua storia. Io la ascoltavo rapita, in silenzio. C'era odore di sapone, odore di colonia, odore di cassetti chiusi.
Poi c'era lo studio, e non ci si poteva entrare senza chiedere il permesso. Una stanzetta angusta, in cui regnava il caos più assoluto, fatto di fogli, riviste, documenti, una vecchia bicicletta, giocattoli d'epoca, penne, matite e un armadio pieno di abiti smessi e polverosi. Era la stanza che amavo di più. Chissà cosa direbbero, ora, se fossero qui, se sapessero che mi ricordo tutto, che mi ricordo di loro. Che mi ricordo la camera da letto, l'altra, dove lei teneva le pastiglie di zucchero dai colori pastello e i fazzoletti di stoffa ben piegati e allineati nel primo cassetto del grande mobile col ripiano di marmo. Che mi ricordo il ripostiglio con le conserve, la grande damigiana e le trecce d'aglio appese alla parete. Accanto c'era la camera in cui ho dormito per anni, nel letto che era stato di mia madre. In quel letto ho avuto la febbre, la varicella, ho sperimentato per la prima volta la sensazione di cadere nel vuoto, quella che ti coglie nell'istante in cui stai per addormentarti. Da quel letto lo sentivo preparare la colazione in cucina. Venti minuti buoni a prepararmi lo zabaione, sbattendo energicamente e instancabilmente l'uovo nel bicchiere. Venivo svegliata dal suono del cucchiaino contro il bordo di vetro, e sapevo che era di nuovo domenica.
pezzi di vetro
Dopo settimane passate a correre, rincorrere, rimbalzare, piroettare, schivare, scansare ostacoli, e altri verbi di movimento appartenenti alla prima coniugazione.
Settimane di incontri, di silenzi, di tempo preso per me, di dispiaceri che però passano in fretta, perché ho bisogno anche di questo tipo di lontananza.
All'improvviso, l'aria è diventata elettrica, carica di umidità, di pioggia, di cose che forse stanno per accadere. Tendo le orecchie, annuso il cielo come un animale abituato a fiutare i cambiamenti. Non fuggo. Resto, vigile, in attesa. Cammino tra bottiglie e bicchieri colorati, facendo piano per non urtare nulla. Tengo a bada il mio lato maldestro. Sono stanca, ma di una stanchezza positiva, costruttiva, quella che ti fa addormentare ogni sera con un sorriso agli angoli delle labbra, curiosa di scoprire che cielo ci sarà il giorno dopo. I piedi corrono, ma non hanno fretta. Le mani si muovono veloci, attorcigliano capelli e spirali di fumo. I lividi stanno diminuendo, forse sto imparando a non urtare più.
Accadono cose, e c'è da stare attenti. C'è da capire chi come dove quando, e perché. Ma c'è anche da imparare a smettere di farsi troppe domande, smettere di voler sempre puntualizzare tutto. C'è da dire che è bello, sistemare la testa i capelli sul cuscino, la sera, accoccolandosi a un accenno di sorriso.
Adam, pull up the zip
C'è stato il venticinque aprile, che per tante ragioni non è un giorno come un altro.
Un messaggio di mia madre che si vede passare accanto Nick Cave.
Troppi treni, davvero troppi, e spedire surrogati di te perché stavolta non ci sarai. Frasi dette da persone che Non Si Devono Permettere, che ti fanno montare la rabbia e diventi paonazza, e il rosso non ti dona.
L'ultima volta, al Circolo degli Artisti pioveva. Stavolta invece l'aria è mite e odora di primavera, l'umido ti arruffa i capelli e scopri piacevoli affinità con persone che fino ad un attimo prima non conoscevi affatto, e vi trovate a canticchiare a memoria le stesse allegre canzoni.
E' una sera di atteggiamenti fraintesi, di dispiaceri passeggeri, alla scoperta di una ragazzina che porta a tracolla una chitarra troppo grande e una voce bella che non te l'aspettavi.
Poi sul palco arrivano i musicisti, e c'è pure l'amico di Scoobydoo, e Adam Green caricato a molla che fa davvero un gran concerto (escluso il pezzo-che tutti ci saremmo risparmiati-che ha fatto elevare un coro di bleah, ma vabbé, è artista, è giovane, è chiaramente raffreddato).
C'erano mamme dai capelli brizzolati, e bambine con gli occhiali, e una tipa strana con cappello di feltro e un terribile profumo di cipria, attaccata alla transenna con gli occhi chiusi. A me mia mamma non mi avrebbe mai portata a otto anni a un concerto di Adam Green. Tra l'altro, quando io avevo otto anni, aveva otto anni anche lui, e probabilmente era alle prese con la tabellina del nove.
Oggi splende il sole, è una giornata che vorrei condividere con qualcuno che ancora non conosco, qualcuno a cui volere bene.