intermittente, e altre storie

venerdì, 22 febbraio 2008

Unisci i puntini


"Buongiorno...mi dà due biglietti, Internazionale....e La Settimana Enigmistica, perpiacere?"
"Ecco qua, sono...vediamo..seiecinquanta, prego."
"Tenga, grazie"
"Grazie a lei, buongiorno"

Torno a casa e metto a fare il caffé. Sento di averne proprio bisogno, anche se ne ho già presi due appena sveglia. Mi siedo, la tazzina fumante accanto, la sigaretta pronta per dopo, sfoglio Internazionale, leggo la striscia settimanale di Gipi, che mi fa sempre ridere un sacco. Poi apro la Settimana Enigmistica. Come sempre, comincio dalle cornici concentriche, le mie preferite. Un'abitudine che ho preso da mia madre. Poi cerco nella borsa, quella nera enorme che porto sempre con me. Scelgo una penna, quella con la punta sottile. Quella che uso sempre per la Pista Cifrata. Piano piano, con precisione, traccio brevi linee, unisco ventitré e ventiquattro, poi cinquantasei-cinquantasette-cinquantotto, fino a completare il disegno. Un domatore nella gabbia dei leoni, questa volta. Vabbé, lo sapevo che non sarebbe stato semplice. La settimana prima era apparso il disegno di una barca a vela. Quella prima ancora, un grosso cane con un osso in bocca. Conservo tutti i numeri, nella stanza ci sono centinaia di copie del "Settimanale di Enigmistica che Vanta Innumerevoli Tentativi di Imitazione" (mi fa semre sorridere questa cosa), impilati e accatastati alla parete.


"Ho unito i puntini, e nel disegno che è apparso tu non c'eri."
Non ci sono mai stata - penso.
Mi risuonano ancora in testa quelle parole, a volte.

Per questo, ogni settimana vado dal giornalaio, poi torno a casa e con la mia penna completo il disegno, unisco i puntini. Sperando di trovarmi. Magari compare una mano, che scopro essere la mia. O una ciocca di capelli. Ma finora, niente. Eppure io so di essere qui. Ogni mattina, quando incontro il mio sguardo assonnato nello specchio, quando nel letto muovo le gambe, per paura di essere sparita durante la notte: e invece sono qui, tutta intera. Io mi vedo. Ma forse vedere significa, almeno in parte, sapere cosa stai cercando. Questa cosa mi spaventa un po'.

Continuerò a passare dal giornalaio ogni settimana. E il Signor Settimana Enigmistica si arricchirà anche grazie al mio modesto contributo. Finché un giorno non sarò l'unica a vedermi. Mi si avvicinerà qualcuno, con in mano una penna, e la sua copia, e m'indicherà la Pista Cifrata che ha appena completato. Nel disegno ci saranno due figure. Questa Persona mi guarderà, poi guarderà il disegno, poi guarderà di nuovo me.
"Scusami, ho appena finito di unire i puntini, qui, vedi? E sono apparse due persone, nel disegno. E una di queste ti somiglia tantissimo. Anzi, credo proprio che sia tu. Guarda."
Io guarderò il disegno, e riconoscerò il mio viso. Poi guarderò l'altra figura, e vi riconoscerò il mio interlocutore.
"Sì, questa sono io."
"Ne ero sicuro."
"E l'altra persona ti somiglia moltissimo, anzi, sei proprio tu"
"Già, l'avevo notato. Che strana coincidenza."
"Non credo alle coincidenze."
"Nemmeno io. Posso offrirti un caffé?"


scritto da: amilla alle ore 22/02/2008 15:34 | link | commenti
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giovedì, 14 febbraio 2008

The Swimming Pool



"A volte credo che la gente vada in piscina per smettere di esistere.  Di solito vado a nuotare quando sono stanca di tutto, quando mi opprime persino la pesantezza del mio corpo che avanza con passi che si incollano ai marciapiedi.
Quando vado a nuotare, mi scrollo di dosso questa pesantezza. Faccio il morto e galleggio. Nulla mi pesa.
La calma dell’acqua mi ha sempre dato un sensazione di ordine. La tensione superficiale, le sue caratteristiche a seconda della temperatura, le molecole; due di idrogeno, una di ossigeno, un triangolo, un equilibrio. L’acqua da sempre rappresenta per me la trasparenza e l’armonia nei suoi cicli definiti, a volte la calma e altre persino la verità urlata, come nell’acqua di una tempesta.
L’acqua allontana tutte le mie tensioni. Quando sono immersa nella piscina divento parte dell’acqua, come se lasciassi la pelle nello spogliatoio, come se i liquidi che scorrono dentro di me si compattassero senza aver bisogno di un corpo, il mio corpo con la sua angosciante gravità, come se mi diluissi in un tutt’uno con l’acqua.
Molta gente viene a nuotare in questa piscina, ma molti altri vengono solo a galleggiare, a fare il morto; forse perché sono stanchi di tutta quella vita là fuori. Credo che ognuno di noi venga a cercare qualche risposta nell’acqua, nelle sue profondità.
Oggi, dalla tribuna, vedevo nuotare ciascuno in uno stile differente, come domandandosi cose diverse. Alcuni nuotavano molto velocemente, disperati, come se a ogni respiro agitato inghiottissero una parola, una parte delle risposte che stavano cercando; mentre altri si lasciavano semplicemente andare, giacevano a pancia in su, ascoltando migliaia di parole bagnate dentro i propri pensieri, aspettando di vederle affondare per il peso e formare una frase nelle loro narici, mentre si lasciavano trasportare dalle onde prodotte dagli altri nuotatori.
Ricordo tutte le volte in cui mi sono gettata in acqua con violenza perché volevo toccare il fondo, arrivare in fondo alla mia tristezza. Trattenevo il fiato e lottavo fino a toccare le piastrelle sul fondo della piscina. Nuotavo tra i miei vuoti, non volevo respirare e arrivavo in fondo a tutto, fino a che mi si gonfiava il petto e gettavo fuori l’aria di colpo; allora tutti i miei pensieri si trasformavano in bollicine mentre mi lasciavo trascinare in superficie come un corpo morto.
Credo che chiunque — almeno una volta nella vita — ha desiderato di smettere di esistere, e credo anche che abbiamo avuto tutti, in un determinato momento, l’urgenza di trovare una risposta alle nostre domande.
Per questo la piscina è un luogo popolare.
È un anno che vengo in questa piscina. Sono venuta il giorno in cui è stata inaugurata, a cercare una risposta nel cloro appena disciolto e nel riflesso delle piastrelle nuove. Ma oggi sono qui solo per partecipare a una festa."

[Claudia Ulloa, not me]

scritto da: amilla alle ore 14/02/2008 16:07 | link | commenti
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giovedì, 07 febbraio 2008

DEBOLEZZE

Ascolti la musica sbagliata, fai pensieri sbagliati, hai l'impulso a fare cose che sarebbero proprio sbagliate. Non cedi, ma questo fa di te una persona più saggia? Più responsabile? O forse semplicemente più triste e più vigliacca? Ti guardi le mani, aperte e stanche. Quello che puoi afferrare è solo l'aria, vuota attorno a te. Sembrano passati mesi, e invece sono solo dei lunghissimi giorni. Fatti di piedi che vanno, perché fermarsi è inutile, perché non lo vuoi. Mazzi di chiavi, ma nessuna di quelle apre ciò che non può essere aperto. Le cose continuano a succedere, intorno. Ti svegli che il sole è già alto, resti immobile, poi cominci a muoverti, macini chilometri, occhi vigili, orecchie attente, frammenti di mondo che ti sfiorano, vorresti condividerli, non puoi, vai avanti, torni indietro, torni nei posti che ti fanno pensare, ma è solo un pretesto perché pensi ugualmente, pensi, pensi, pensi, basta pensare. Gola che brucia, troppa aria, troppo fumo, troppi sentimenti ingoiati, troppe cose che non dici a nessuno, perché dirle le renderebbe vere. Cose che sai, cose che non sai, cose che forse non vorresti sapere. Coperte tirate fin sopra la testa, ti svegli ogni mattina chiedendoti se sei quella che vorresti essere. Sei pentita? Non lo sei. Sei triste? Parecchio. Sei diversa? Non abbastanza.

scritto da: amilla alle ore 07/02/2008 15:16 | link | commenti (1)
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lunedì, 04 febbraio 2008

Sciòn, ti sei sbrodolato


Vi ricordate di Sean Penn, no? Tutti ci ricordiamo di Sean Penn. Quell'italoamericano con lo sguardo triste e sbilenco, i capelli alla Brendon Walsh, l'ex marito di Madonna...quello che ha consegnato al mondo il piccolo capolavoro sull'11 settembre. Quello.
Ecco, io stasera ho visto Into the wild. Un filmone di tre ore. Ora, dopo aver visto molti anni fa C'era una volta in America, in versione integrale, tre ore e mezza seduta sulla poltroncina el cinema, non mi faccio certo spaventare da un film che dura tanto. Infatti, il problema non è mica questo. E' che, più ci penso, più non riesco a capire quale sia l'aggettivo adatto a questo film. Procediamo con ordine. Se il cinema fosse fatto solo di immagini, allora occhei, il film in questione è davvero stupendo. Paesaggi mozzafiato, luce incredibile, scene girate alla perfezione (cavoli, i pochi secondi dei fuochi d'artificio che si riflettono nel secchio, e la luce sulla spiaggia la mattina, valgono da soli tutto il film). Ma ci deve essere dell'altro. E allora, mi chiedo, cos'altro c'è? Insomma, Sean Penn legge un libro, scritto dall'alpinista Jon Krakauer, sulla storia vera di Christopher McCandless. Se ne innamora, compra di corsa i diritti, decide di farne un film. Ora, il giovane Chris è un ragazzetto di buona famiglia che, dopo essersi diplomato al college con ottimi voti, decide di dare una svolta alla sua vita. Non vuole "cose". Devolve tutti i suoi riparmi in beneficenza, e parte alla scoperta del mondo, senza lasciare tracce. Il ragazzetto decide di fare la vita del fricchettone. Legge tanti libri, ha sempre una citazione pronta pert ogni occasione. Brucia mucchietti di banconote, vuole vivere a contatto con la natura, lui, però poi lavora come mietitore di granturco e farcitore di panini da mcdonald, perché ovvio, in qualche moido ci devi pur arrivare in Alaska, bello mio. E già qui, la coerenza del personaggio comincia a venirmi meno. Tutti quelli che incontra sulla sua strada sono affascinati da lui, se ne innamorano, vogliono proteggerlo, dargli una mano, tenerlo con sé. Ma lui ha in mente solo la sua "grande avventura in Alaska", è un trampoliere, vuole "vivere" (qualcuno - vi prego - mi spieghi questo cosa diamine significa). Un ragazzetto di vent'anni che decide di mollare tutto, lasciarsi la civiltà, la società alle spalle - perché? Perché è pieno di rabbia verso i suoi genitori, che gli hanno sempre mentito, che litigavano sempre e non gli hanno fatto vivere un'adolescenza serena. Perché per la laurea volevano regalargli una macchina, ma non hanno saputo regalargli la serenità. Roba che se tutti quelli che ci hanno questi problemi dovessero decidere di andare a farsi un soggiorno di due anni nella natura incontaminata, a quest'ora l'Alaska avrebbe la stessa densità di popolazione di Hong Kong.
Insomma, per essere la storia di un ragazzo che vuole vivere di sole bacche selvatiche e scoiattoli arrosto, ribellandosi all'American Way Of Life, a me sto film sembra pieno di cllichés. Non me ne voglia chi l'ha apprezzato, ma vivere e sopravvivere sono cose ben diverse. Vogliamo essere banali? Qualcuno diceva che l'uomo è un animale sociale. Pare che anche il caro Alexander Supertramp, dopo due anni di vagabondaggio, se ne renda conto. "Happiness is real only if it's shared", scrive nei suoi ultimi appunti. Beh, vedo che alla fine ci sei arrivato da solo, Supertramp. E se all fine esco dalla sal con l'amaro in bocca, non è perché giudichi brutto il film, ma perché viene da chiedersi: possibile che il regista sia lo stesso che ha regalato al mondo un piccolo gioiello come questo?

scritto da: amilla alle ore 04/02/2008 12:01 | link | commenti
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