Il trecentocinquantaseiesimo giorno
Forse un po’come ritornare, dopo un lungo viaggio, alle cose che ti sono familiari. Aprire piano gli occhi appiccicosi di sonno e ritrovare pian piano la sensazione dei piedi più o meno saldi sul terreno. Toccarsi il viso, le braccia, le ginocchia e sentire che sei tornata, che sei ancora tu. Scrivere scrivere fino a non poterne più, e il terrore di aver perso il dono di poter scrivere altro. Una fuga, una pausa, una folgorazione improvvisa causata da questo, non ci pensi su due minuti; Torino come non l’avevi mai vista, livida e calma e così compita, odore di alberi e di sapone.
Tornare ed è già marzo, la tappa finale di questa lunga corsa campestre che ormai durava da tanto, guardarsi da fuori mentre tutto accade, ottenere qualcosa senza sapere poi che farsene.
Ballare come non avevi mai fatto – certi periodi della tua vita sono tuti sballati – chiusa con cinquecento persone ammaestrate come topini dai Vintage45Style.
E poi film, poco a cinema, tanto a casa, domeniche pomeriggio di fronti aggrottate, braccia incrociate, fare spazio negli occhi per contenere tutto.
Aprile, con la sua Parigi dorata, con la musica giusta, le persone giuste, il giusto sguardo che si estende fino a dove fa male agli occhi. Parigi con i suoi odori e il suo vino e i suoi formaggi, e la casa a Bastille, le foto, ridere, tanto.
Ricevere telefonate alle quattro del mattino da persone lontane nel tempo e nello spazio, che non hanno capito nulla e forse non capiranno mai. Ma che almeno ti tenessero fuori.
Passare una giornata al Comicon e girare per gli stand con gli occhi luccicanti, come una bambina attaccata alle vetrine di un negozio di caramelle, parlare con i ragazzi e farsi affascinare da questi tre.
Cefalopodi macellati in onore dei tuoi pranzi rituali sul terrazzo dell’amico veneto, con i suoi coinquilini bifolchi che mangiano tortilla a torso nudo e, tìo, ascoltano musica improbabile (come può essere improbabile solo la lambada in un soleggiato pomeriggio di giugno).
E poi Milano, calda caldissima, dove c’è una persona importante che fa una cosa difficile e bellissima, e scoprire per l’ennesima volta il suo talento e la sua forza, nonostante tutto.
Luglio, il mio mese, tornare nelle due città che preferisco, Lisbona, in cui cammino e sorrido, sentendomi finalmente a casa, e Barcellona, in cui per due ore si aggrovigliano negli occhi ricordi di un tempo passato da anni, e rubare dal muro di un palazzo un manifesto da regalare a una persona che però ormai non conosco più, ma non so fare altro se non volergli bene.
Avere con sé due dottoresse (per non correre rischi nel caso in cui qualcuno ponga la fatidica domanda “c’è un medico in sala?”) quando si parte per un viaggio, il viaggio che desideravate da tanto e che è stato forse superiore alle aspettative. Perché eravate voi, e quello era il tempo, il momento di farlo.
Fare delle scoperte, tante piccole scopere che mi si impigliano nei capelli e restano lì come aghi di pino quando sei in campeggio. Ascoltare i Travis a manetta per un mese, riscoprire la mia anima un po’brit. E Garden State e la sua meravigliosa colonna sonora. E amare Wincing the Night Away, rabbrividire con la voce di Petra Magoni, farsi cullare nei pomeriggi bui dalla Cinematic Orchestra. Comprare il biglietto per il concerto dei Radiohead, che hai visto a Firenze undici anni fa, e assaporare le sensazioni che proverai rivedendoli ora che sei “grande”. La voce di Antony and the Johnsons, che racchiude tutti i brividi del mondo. La gioia di ascoltare Andrew Bird, la gioia che provi tu che non sai fischiettare. “Toothbrush needs to be changed every three months”, cantano i News for Lulu. La soffice malinconia di uno come Damiano Riso, che continua a dare ai suoi album titoli numerici. Guardare un po’per caso il video di Sixteen military wives e affezionarsi ai Decemberist. L’elettronica dei The Postal Service, il banjo e le spighe di granoturco che circondano Sufjan Stevens, la Montreal pop e ghiacciata dei Malajube. “I roll the window down, and then began to breathe in”, ascoltarla poi improvvisamente nella tua macchina, semiparalizzata dalla bellezza del momento. Trovarsi a casa da sola, un pomeriggio, le immagini che scorrono lente sullo schermo sono quelle di Ferro3, ritrovarsi le guance bagnate e le labbra distese in un sorriso.E Roma, la città che un tempo non amavi, e che ora ti è così vicina. Nel buio di un concerto, occhi chiusi, respirare. Andare a un appuntamento, con un fiore di legno sul bavero del cappotto. Cominciare a pensare a come passare a quei compiti più grandi e più importanti che insegui da tanto. Perdermi e ritrovarmi, in una città così grande e caotica, e bella e luminosa. Ripartire da me, da quello che ero e che faccio fatica a ritrovare, a volte, ma forse le dita si muovono ancora e sono capaci di creare cose che credevo perdute. Trovare le tue labbra poggiate sulle mie. Gettarsi a capofitto sulle pagine, alcune bellissime altre semplicemente geniali, dopo anni di astinenza, come essere vissuta nel sottosuolo e tornare a vedere il sole, toccare la carta, sentirne il profumo, i libri, là dove tutto ha avuto inizio.
LE COSE CHE NON TI ASPETTI
Il fascino indiscreto è una cosa pericolosa. Bella, ma pericolosa. Che se sei bello, si sa, ti tirano le pietre. E poi, cosa significa essere belli? Che quelli troppobbelli non ci piacciono mica. Quelli, spaccatissimi, che trovi nelle pubblicità patinate sulle riviste, quelli belli bellissimi con i lineamenti perfetti e le sopracciglia disegnatissime, che li guardi giusto il tempo di pensare “però!”, ma poi ti rendi conto che a uno così non avresti niente da dire. Il fascino invece, beh, quello è un’altra storia. Il fascino ti scombussola. Ti fa venire i mulinelli nello stomaco. Allora, per difenderti, cominci a cercare i difetti. Che poi, scoprirai in seguito, sono la parte migliore. Le cose che non ti piacciono all’inizio sono quelle che adorerai alla fine. Quelle cose che non possiede nessun altro.
Allora l’iter è questo: ti ripeti, tipo mantra, che stavolta non ti farai fregare. Che tu sei immune a queste fascinazioni inaspettate. Che sei perfettamente in grado di gestire qualsiasi situazione imprevista. Ah! Stupida ingenua piccola bugiarda, menti sapendo di mentire. Menti a te stessa, all’unica persona che non puoi fregare. Pensi che usare il metodo “nessuna aspettativa, nessuna delusione” possa servire a qualcosa. Forse sì, per un po’, in fondo tutti abbiamo bisogno di qualcosa sotto cui ripararci, stivali di gomma contro le pozzanghere, crema solare contro le scottature, sciarpe di lana contro il freddo che ti taglia le guance. Ma così è facile, sai a cosa vai incontro e sai esattamente come non farti cogliere impreparata. Con le persone è un’altra storia. Le persone non sono etichettabili, catalogabili, non si possono smontare pezzo pezzo come i lego, così da renderle inoffensive. Le persone sono fatte di sguardi, di mani, timbro di voce e storie e gesti che non appartengono a nessun altro, richiami, somiglianze, piccole splendide idiosincrasie che ti si appiccicano addosso e non si staccano più. È allora che sei fregato. Fà pure l’indifferente, se ancora ci riesci. Continua pure a ripeterti piedidipiombopiedidipiombopiedidipiombo (leadfeetleadfeetleadfeet). Inutili scongiuri da ragazzine. La bomba è stata sganciata, e tu non puoi più salvarti.
LIVIDO
Se ne stava lì, di fronte a lui, spalle al vento che le gettava in faccia i capelli. Gli occhi piccoli ridotti a due fessure per la luce livida e per quel sentimento che portava dentro. Lo guardava. Lui se ne stava lì, calmo, impassibile. Parla, pensava lei. Dì qualcosa, porca miseria. Nulla ti tocca, vero? Nessun problema, vero? E certo. Io me ne sto qui, i capelli si riempiono di nodi e le orecchie si gelano e ho il naso rosso come un irlandese ubriaco e comincio a non sentire più le punte delle dita, ma a te cosa importa? Non te n’è mai importato nulla. Arràbbiati, cazzo. Sono sempre solo io quella arrabbiata? Ti sembra normale? Sempre io quella che si scompiglia, che digrigna i denti, che piange nel sonno. Sono triste come uno che è triste. E tu, niente. Neanche questo vento ti sfiora e ti ingarbuglia i pensieri. Lui non rispondeva. Mai. Davanti a lei, solo il lento e costante sciabordio dell’acqua. Quel mare grigioviola nemmeno la guardava in faccia. Allora è così che finisce, pensò lei. Girò le spalle e il vento la colpì sulle labbra livide e spaccate dal freddo. Girò le spalle all’acqua e iniziò lentamente a camminare.
ARPEGGI
Erano bastate poche ore. Poi si erano aggiunti i giorni. Lei ancora non riusciva a crederci. Era da poco iniziato un nuovo anno, e lei forse per la prima volta dopo molto tempo si trovava davvero nell’unico posto in cui voleva essere. Con quello strano tipo. A guardarlo poteva sembrare semplicemente uno spilungone troppo magro, con la faccia da ragazzino primo della classe e le spalle un po’curve. Ma lei stavolta non si era fatta ingannare dalla prima impressione, sapeva che c’era dell’altro. Ormai ne era quasi sicura, quello lì emanava radiazioni. Forse stargli troppo a stretto contatto poteva essere pericoloso. “Chissenefrega”, aveva pensato. Se c’era una cosa per cui valeva la pena correre dei rischi, forse ora l’aveva trovata. Lui vibrava, ed era contagioso. Quando si trovavano vicini, l’elettricità statica che veniva a formarsi si ripercuoteva sul volume dei suoi capelli, ma a lei non importava. Lui vibrava e faceva vibrare anche lei. La prima notte che avevano dormito insieme, abbracciati, lui nel sonno le aveva premuto i polpastrelli prima su un fianco, poi sulle cosce, muovendo all’unisono il corpo a piccoli scatti nervosi. Lei all’inizio era rimasta perplessa, non capiva cosa stesse facendo. Poi una mattina, al risveglio, l’aveva guardato sorridendo che si stiracchiava nel letto tiepido.
— Stanotte mi hai suonata.
Lui l’aveva guardata senza capire, lei continuava a sorridere.
— Mi diteggiavi il corpo come fai quando suoni, ti muovevi anche a ritmo, nel sonno. Ero io il tuo contrabbasso. Non è la prima volta che succede.
— Davvero? Non mi era mai capitato. Scusami se ti ho svegliato.
— Non scusarti — disse lei a bassa voce. — A me piace. È bello essere suonata.
del guardare film pesanti da sola
Ognuno, nella vita, ha il diritto e forse il dovere di guardare almeno un film pesante. E di farlo da sola. Anche perché, diciamocelo, è questa la dimensione ideale. Guardarlo da soli. Forse al massimo in due, ma deve essere davvero una coppia molto ben assortita. Nessuno che dopo rovini il prolungarsi del silenzio con sguardi di disapprovazione o commenti o sospiri lungi ed espliciti.
Così come ognuno dovrebbe andare ogni tanto a cinema da solo, magari una domenica pomeriggio, trovare la sala semivuota e provare, all'uscita, la sensazione galleggiante di camminare più sollevati e più leggeri. Magari sorridendo nel buio, senza nessuno che può vederci.
A me una volta è successo. Ero molto giovane, ma me ne ricordo ancora.