intermittente, e altre storie

mercoledì, 12 novembre 2008

SCATTI - sequenze sparse di tempi trascorsi

Non c'è neppure una foto di quando eravamo davvero felici. Forse che quando si è davvero felici non si pensa a far foto, si pensa a viverla, la felicità. Eppure mi piacerebbe che ci fosse, un'istantanea di te che mi guardi come mi guardavi con quegli occhi, pensando che ero quanto di più bello ti fosse mai capitato. Ci sono solo parole scritte, alcune pertinenti, altre arrivate troppo tardi. ci sono solo quelle.


Contro la spagna non si può fare nulla. Ti piglia, ti aggroviglia, ti fa luccicare gli occhi e ci sono talmente tanti sguard, incontri, come se niente fosse, anche quando ci torni, dopo tanti anni, anche se da soli non è lo stesso, hai caldo e sei solo di passaggio, due ore non bastano –tu invece non ce l'hai fatta, senza di me– ma sorridi luccicando gli occhi e ripensando che la spagna, la spagna sì, è incrollabile, invincibile in un punto fisso e lontano, ognuno ha avuto la sua spagna, ognuno dovrebbe averla, io l'ho avuta, ora tocca a te, e io non posso fare nulla.

(Spain is pain, but the weather is good)


RITA

La casa dei pinguini. lo scotch alle finestre, il letto ikea, la colazione a letto. Una rinascita, in un certo senso. La sensazione di non dover temere nulla. La prima volta che ha detto "siediti" e ha iniziato a suonare, curvo come al solito, aggrappato come un panda al suo strumento iponente. Poi l' ha guardata e le ha detto "è la prima volta che suono un mio pezzo per qualcuno", e lei si è sentita onorata, sì, onorata è l'aggettivo giusto. Una foto delle sue mani sul volante, quella volta che le ha chiesto di partire con lui (aveva perso l'ombrello, quell'ombrello rosso che le piaceva tanto ora perduto nei meandri del Chissaddove); mani lunghe e callose, mani come uccelli, perennemente in volo.Ll'odore di mandarino alla base del collo. Sono passati più di due anni, e Rita sorride ancora.

Ci sono cose che non ci appartengono,–pensava, mentre camminava con passo cadenzato sotto l'ombrello, cercando di ripararsi dalla pioggia che le colpiva le ginocchia ossute. Attimi da cui siamo inesorabilmente esclusi, gesti e parole altrui che possiamo soltanto osservare da lontano, e nei quali ci specchiamo di riflesso.
Così pensava Tina, mentre ricordava le parole che aveva letto quella mattina presto e che l'avevano fatta, d'un tratto, sprofondare in un tempo che credeva dimenticato.


In quei terribili istanti aveva capito cosa si prova ad essere realmente, totalmente vulnerabili. Non le era piaciuta affatto, la sensazione. Labbra chiuse, occhi chiusi, braccia strette attorno al corpo, si era lasciata portare, non sapeva nemmeno bene dove. Emme la strattonava, aiutandola a scendere gli scalini, di ottimo umore, mentre Pi le girava attorno come un'insetto operoso, pronto a darle una mano senza mai intralciarle il cammino. Che fosse qualcun altro a occuparsi di lei, una volta tanto.

scritto da: amilla alle ore 12/11/2008 23:41 | link | commenti
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giovedì, 09 ottobre 2008

Esco a fare due passi


La cantatrice calva, secondo me ha perso i capelli perché doveva farte un trasloco, sa? Come accade da queste parti. ancora qualche giorno, e addio riccioli. Sfoggerò il cranio più lucente si sia mai visto. Bell'immagine, nevvero? Stavo scrivendo immaggine con due gi, non ci si può credere. a che livelli può arrivare lo stress. Appena mi fermo, crollo. Mi tiene in vita il movimento, come al buon Statham in quel film in cui correva sempre a perdifiato e uccideva gli ispanocinesi. Pure lui, effettivamente, si era svegliato e la giornata non gli aveva detto un gran bene. Quei Giorni In Cui Succede Tutto. Tutto contemporaneamente. L'effetto collaterale primario è che ci si ricomincia a mangiare le unghie, come non si faceva da tipo quindici anni. Poi si riacquista un minimo – ma solo un minimo – di lucidità, e per correre ai ripari si spendono diecieuro per farsi fare una ramanzina e farsi mettere lo smalto da una professionista. Concediamoci questa mezz'ora da Signore, suvvia.

Accade che lasci casa, cerchi casa, cambi vita, cambi città, lasci casa e cerchi chi prenda il tuo posto...e arriva Psycho. C'è sempre, una qualche psycho in agguato pronta ad allibirti alle nove del mattino. Si tratta però di personaggi riconoscibili: ti chiamano, dopo aver trovato un annuncio su Cercasicasadisperatamente.com o Vengodallosprofondomitrasferisconell'urbe.org e ti dicono, con un tono di voce ansimante, come nel miglior stile maniaco telefonico "Allora posso prenotare la stanza". Come se fosse un quiz a premi, chi prima chiama, vince. Tu resti muta qualche secondo, e le spieghi che no, non può prenotare, al massimo può venire a vedere la casa e a farsi vedere lei (dovrebbe farsi vedere da uno bravo, ma questo non glielo dici, per non urtare la sua ansimante sensibilità). "Vieni, ci conosciamo, prima", le dici. Ma già sai che col cazzo lascerai le tue amate coinquiline in balia di questo psicotico mostro a due teste. Ella si presenta il giorno dopo, ad un orario estremamente antimeridiano, munita di madre al seguito (e qui, senza scomodare Lombroso, ma ce ne sarebbero di cose da dire) e sono le donne più ansiose e inquietanti che si siano mai viste. Sono stati attimi di terrore.

Andare via non è mai stato così difficile.
(e la piccola calzini non c'è più. tanto tempo fa era stata molto gelosa di me, ma se la grattavo sotto la gola faceva un sacco di fusa, quella morbida opportunista).

scritto da: amilla alle ore 09/10/2008 19:00 | link | commenti (2)
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domenica, 14 settembre 2008

Oblio. Per sempre.


scritto da: amilla alle ore 14/09/2008 21:25 | link | commenti (1)
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venerdì, 29 agosto 2008

2/4





Ci svegliamo presto ogni mattina, i sogni ancora impigliati agli angoli degli occhi. Facciamo fatica a trovare la strada nella penombra, quasi non riusciamo a riconoscere il nostro riflesso nello specchio, che ci rimanda uno sguardo rugoso, segnato dalle pieghe delle lenzuola. La luce ci ferisce, piacevole e spietata. Il primo caffé ci scotta le lingue, brucia gli esofaghi, un improvviso e caldissimo benvenuto. I vestiti che sceglieremo di indossare, ripiegati e lindi nei cassetti; quelli del giorno prima appallottolati a terra, gettati in un angolo, reietti. Vorremmo che il getto della doccia lavasse via tutti i malumori e le insicurezze, i pensieri che si impigliano nei capelli e a cui non sappiamo dare voce, che scorrono via nei tubi e negli scarichi e infine trovano rifugio in altri mari, pronti a trasformarsi in nubi di pioggia che presto o tardi cadrà su di noi. Abbiamo sogni, progetti, programmi, parole che non portiamo mai a termine, sparpagliati qui e là a spezzoni, come bambini mutilati relegati in un limbo perpetuo. Abbiamo poca forza, poca pazienza, molta fretta e molta speranza, piedi che si muovono leggeri e mani agili come uccelli. Siamo unici e vorremmo poter essere molteplici, per vedere tutto, sentire tutto, essere in ogni luogo e in ogni tempo, non sprecare nulla, non rimanere mai indietro, e invece facciamo fatica, una fatica immensa, arranchiamo eppure non basta, siamo piccoli, siamo grandi, proviamo a rimanere in equilibrio. Cadiamo, ci sbucciamo le ginocchia, e le nostre ginocchia sono le ginocchia di tutti, dei nostri padri e delle nostre madri, ginocchia maschili e femminili, giovani e vecchie, carnose e ossute, fragili e deboli, e su vecchie cicatrici se ne formano altre, e sarà sempre così.
In strada incrociamo gli sguardi di sconosciuti, ci scambiamo frasi o sorrisi, cediamo il passo, diciamo grazie e prego, riceviamo gentilezze inaspettate da qualcuno in fila alle poste accanto a noi, ci guardiamo con curiosità, a volte tenerezza, a volte epidermica antipatia. Camminiamo veloci e la polvere ci entra nelle scarpe, ci patina le guance, ci pizzica negli occhi: polvere di città sgretolate, di lavori in corso, polvere dei giorni passati ancora sospesi in un punto dell'atmosfera. Lanciamo sguardi alle vetrine per cogliere il nostro passaggio, a volte vanitosi, a volte insicuri del nostro aspetto, a volte semplicemente per controllare di essere ancora lì, perché ci veda qualcun altro, confermandoci che siamo reali. Negli autobus e nelle metropolitane ostentiamo indifferenza, ma in realtà osserviamo questi estranei che ci circondano, che sono bellissimi e bruttissimi, come noi, trattenendoci dal farci accorgere di questi sguardi penetrantio che non sapremmo come giustificare. Eppure li guardiamo, li mangiamo con gli occhi, li spolpiamo dei vestiti e poi della carne fino alle ossa, vogliamo vederli, conoscere i loro nomi e le loro storie, imparare da ognuno un gesto, una frase, qualcosa che ci era sconosciuta solo un attimo prima. E respiriamo l'aria che prima era stata di qualcun altro, e abbiamo tic e gesti nervosi e tipici, qualcuno si schiarisce la gola, qualcuno sbadiglia, qualcuno striscia i piedi a terra, qualcuno sorride di un ricordo, lo sguardo perso nel vuoto.
Officiamo i nostri rituali personali, ogni giorno, ogni minuto, rituali inutili eppure indispensabili: c'è chi si lava le mani appena prima di mettersi a letto, chi si spazzola i denti con cadenzata dedizione, altri che guardano l'ultimo telegiornale della notte. Alcuni pregano, altri sistemano qualunque cosa credano possa servirgli il giorno dopo, c'è qualcuno che lascia pronta e chiusa la macchinetta del caffé, per pigrizia o timore di far tardi nel prepararla la mattina. Poi, ognuno scava la sua personale nicchia, stesi di fianco o supini, con le gambe distese oppure in posizione fetale; c'è chi dorme in coppia, abbracciato, e coppie che dormono distanti dopo aver litigato, e bambini che piombano di notte nel letto dei genitori, costringendoli ad un sonno irrequieto. Qualcuno non riesce a prendere sonno, e colma i posacenere della casa di mozziconi notturni. Qualcuno ha i capelli sparsi a raggiera sul cuscino, pensa a cose bellissime e sorride. Qualcuno sente il corpo e il respiro farsi pesanti, e dopo un minuto dorme già.

scritto da: amilla alle ore 29/08/2008 21:19 | link | commenti
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mercoledì, 20 agosto 2008

– ma boh.
– che poi, "ma boh" dovrei dirlo io.

Tutti hanno il diritto di poter contare su qualcuno. Ma impara che non sempre è possibile. Imparalo in fretta.

[e sii scaltra, come un pesce su una monetina]

scritto da: amilla alle ore 20/08/2008 14:26 | link | commenti (4)
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immagine del giorno.

scritto da: amilla alle ore 20/08/2008 13:54 | link | commenti
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martedì, 05 agosto 2008

In equilibrio




Il primo gesto è stendere le gambe.
Il primo gesto è stendere le gambe, il secondo quello scricchiolìo nell'articolazione della spalla, poi aprire gli occhi ancora incollati all'ultimo residuo di sonno che scivola via e guardarsi attorno, mettere a fuoco la luce che filtra e gli oggetti, misurare lo spazio che la circonda, dove si trova, in quale letto, in quale casa, in quale città. Apre la finestra e il mondo fuori la investe, come ogni mattina.
Al primo gesto ne seguono altri, le gambe, che sono ancora contratte dal passaggio dalla posizione supina a quella eretta la portano in cucina a fare il caffé. Come ogni mattina. Da molto tempo, ormai, non ricorda più i suoi sogni. Le è anche capitato di pensare di avere smesso di farne, ma no, non sarebbe possibile, sa che non è così: ciò che la separa dalla consapevolezza del ricordo è uno spazio vuoto che risucchia ogni cosa, uno spazio prima occupato da Qualcosa che ora lei non riesce più a trovare. Solo che non è stato per disattenzione che ha perso la cosa che prima occupava quello spazio. Lo sa, e questo la manda ai matti.
Non si tratta di una cosa preziosa, né indispensabile, ma lei ci è sempre stata attenta, in qualche modo ci si era affezionata. Anche se non è la prima volta che le capita di perderla. Le si era presentata, un giorno, sotto forma di Pensiero, quasi per caso, e col passare del tempo si erano abituati uno alla compagnia dell'altra. Lei sapeva di non doversi affezionare troppo, i Pensieri, si sa, sono come palloncini, basta una minima distrazione e volano via. Ma lei teneva il filo con mano ferma, e lui sembrava felice di avere una nuova compagna di giochi, qualcuno attorno a cui svolazzare, qualcuno da non perdere mai di vista. E poi un giorno – stendere le gambe, il consueto scricchiolìo nella spalla, le palpebre trafitte dalla luce, il borbottìo della macchinetta del caffé – ecco che non c'era più. Volato via, sparito nel nulla, al suo posto quello spazio vuoto, bolla trasparente, gesto sospeso. Legato al polso di lei, però, c'era ancora il filo. Ora –e questo lei non l'avrebbe mai immaginato– sbarazzarsi di un filo è una delle cose più complicate al mondo. Un semplice filo, una cosa piccola, sottile: eppure. Eppure è una cosa che richiede tempo, e pazienza, e determinazione. E il filo s'impiglia, s'ingarbuglia, e uno crede di esserti liberato e invece lui è ancora lì, attaccato al polso, alle dita, che tira, si tende, si divincola, non ti lascia andare un passo più avanti. Ingannevole il filo (e il Pensiero) più di ogni cosa: ma il tempo, e la pazienza, e la determinazione, sembrarono aver prodotto l'effetto sperato. Certo, non che lei s'illudesse di averlo eliminato del tutto, perchè il Pensiero è subdolo e tenace, come certi parassiti; c'erano ancora giorni in cui sentiva un leggero strattone, un'ombra si affacciava al suo fianco, ma erano episodi passeggeri che lei riusciva a tenere a bada, e sentiva che il filo stava per spezzarsi.
Ma non è così che finisce la storia. Un Pensiero non ti abbandona, non si dimentica, non si perde: ritrova sempre la strada di casa. Puoi provare a chiudere porte e finestre, ma riuscirà ad intrufolarsi anche se non vuoi, anche se nel frattempo avevi trovato una sorta di equilibrio, su quel filo. Gli stessi gesti ogni mattina, ma poi un giorno, quando ancora il sapore del caffé si arrotola alla lingua, ecoo che sente tirare più forte. Volge lo sguardo alla mano, al polso: un capo del filo è lì, legato stretto, teso, e all'estremità c'è il Pensiero, lo stesso, fluttuante, sembra che la guardi con un sorriso sornione, sembra quasi dire "Che fai, non mi saluti?". Eccolo, è tornato. E' tornato da solo, di sua spontanea volontà, senza essere stato chiamato, invocato a gran voce, anzi, è tornato proprio quando lei si era oramai assestata nel suo equilibrio e non aveva più bisogno di qualcosa che facesse da contrappeso. Ma ovviamente, un Pensiero fa di testa propria, viene e va quando vuole, lei lo sa. "Sarà tornato per restare?" –si domanda lei. "Forse sa che quando un Pensiero ti appartiene, e tu appartieni a lui, non è possibile abbandonarlo. Forse, gli mancava il suo filo, quel filo che è legato a me. O forse, semplicemente, era lui ad aver bisogno di un contrappeso. Ma se è così, io non posso essere il suo. L'equilibrio che ho trovato a fatica è così facile da spezzare, basta un colpo di vento, un fremito, basta il fluttuare di un Pensiero. Non posso tenere in equilibrio entrambi, me e lui. Allora va', vai via –gli dico– va' via sparisci trova un altro filo non tornare, non tornare, lascia ti prego che io mi liberi di te."



(e, beh, grazie dello spunto, il resto poi è venuto da sé)

scritto da: amilla alle ore 05/08/2008 15:56 | link | commenti
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sabato, 28 giugno 2008

I will try not to breathe, the decision is mine


Forse per oggi semplicemente basta. Forse è ora di cominciare a fare dei programmi, o smettere di farne. Forse è stato meglio, di due cose che erano in palese conflitto tra loro, eliminarne una. Forse è ora di capire quali sono le cose importanti. Forse sarebbe bene godersi le cose poco alla volta, come questa sigaretta. Forse dovrei lasciare il tempo alle cose di fare il loro corso. Forse dovrei rifarmi il letto, mettere a posto le scarpe disseminate per la stanza. Forse dovrei imparare ad essere più malleabile. Forse dovrei smettere di pensare alle prossime occasioni, alle prossime volte, ai prossimi minuti che verranno. Forse le congetture fanno venire il mal di stomaco. Forse esisteva una strada più breve e meno impervia, per circumnavigare il perimetro di Villa Ada, ma se è così, mi sarei persa un'ora di passeggiata in posti sconosciuti che non sembrava nemmeno di stare in città, avrei perso minuti preziosi e chiacchiere e un notturno preso al volo, e sarebbe stato un peccato. Forse avrei dovuto tenere gli occhi puntati fissi davanti a me, tanto le cose, se devono accadere, ti arrivano alle spalle senza chiedere permesso. Forse dovrei essere più paziente. Forse dovrei essere meno compulsiva nelle cose in cui lo sono. Forse dovrei avere più fiducia, in me. Forse dovrei rimettermi a guidare la macchina (se ne avessi una a disposizione). Forse dovrei sorridere di più. Forse dovrei preoccuparmi di meno. Forse, molte delle cose che penso sono sbagliate. Forse, molte delle cose che penso sono giuste. Forse non è vero che non esistono più le mezze stagioni. Forse l'uomo è davvero sbarcato sulla Luna. Forse dovrei smettere di pensare, smettere di mangiare, smettere di parlare, smettere di ostinarmi, smettere. Forse, ogni cosa andrà per il verso giusto. Forse, semplicemente non esiste, un "verso giusto". Forse non sarebbe mai esistito, un momento per fare andare le cose come avrei voluto. Forse, è meglio così. Forse, semplicemente, sono molto più capace di quanto io creda.


O forse no.

scritto da: amilla alle ore 28/06/2008 19:35 | link | commenti
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venerdì, 20 giugno 2008

It's always best when the light is off


Sono passati undici anni da quel 30 ottobre del 1997. La prima volta che vidi i Radiohead dal vivo. Ero una ragazzina di 16 anni allora, fuori dal Palasport c'era Firenze e faceva freddissimo e c'era mia madre che mi aveva accompagnata, e con me un amico più piccolo di due anni che mi ha tenuta per mano per non perdermi tra la folla. Ad aprire il set c'erano i Tre Allegri Ragazzi Morti, e io non sapevo chi fossero, né m'interessava. Volevo solo loro. A pensarci bene, quello fu il primo Concerto della mia vita, intendo una di quelle occasioni in cui sei insieme ad altre migliaia di persone, e vi luccicano gli occhi per lo steso motivo.

Quello di martedì scorso, a distanza di tanto tempo, è stato-se possibile-ancora meglio del primo. Decisamente, sì. Uno pensa di non avere più l'età per certe cose, fare file interminabili, stare in piedi ore ad aspettare che il concerto inizi, sopportare la musica reggae dell'intrevallo tra Bat For Lashes e i nostri eroi. Allora ci si premunisce, si porta con sé uno zaino e l'ombrello e acqua e panini e persino un blister di antidolorifici per il mal di schiena, dovesse mai cogliere all'improvviso, il marrano. Come nel più banale dei cliché, su Milano piove. Roba che alle sette di sera si apre completamente il cielo e cade giù una massa d'acqua imbarazzante, come quando sei in strada e fai troppo casino e la vecchina del terzo piano ti rovescia in testa una bacinella d'acqua, fate silenzio, ragazzacci. Così. Un tizio accanto a me indossa un jeans e una maglietta, nient'altro. Gli verrà una bronchite-penso. E invece, sembra quasi che nessuno si accorga del disagio, del fango, dei fiumi d'acqua che scendono giù dagli spalti, dei jeans e dei calzini fradici che poi si asciugheranno addosso nelle ore a seguire creando terreno fertile per i nostri reumatismi di domani. Ci saranno-non so, non sono brava a fare i calcoli a occhio-venti, trentamila persone?, tranquille, in attesa. Appena i tizi di Oxford salgono sul palco smette di piovere, per lasciare il posto a un cielo giallogrigio che ha fatto da sfondo ad una delle cose più emozionanti alle quali abbia mai assistito.
Ma poi, mi chiedo, perché ho iniziato a scrivere questo resoconto? Non volevo parlare del concerto, non c'è nulla che si possa raccontare. Chi c'era, lo sa.
Piuttosto, volevo ricordare alcuni momenti salienti delle mie Tre Giornate di Milano:

– in treno, all'andata, assisto divertita alla discussione tra un ragazzo (che-tral'altro-sono sicura di aver già visto da qualche parte) e sua moglie: lui è preoccupatissimo perchè crede che solo a Roma si vendano i panini, ed è terrorizzato dall'idea che, una volta a Milano, non avrà di che sfamarsi prima del concerto.

– mando un messaggio che non ottiene alcuna risposta. Le mie premonizioni cominciano a fare cilecca, oppure il destinatario ha cambiato numero. Peccato, però.

– a Emilio, ragazzo della security che mi ha fatto compagnia e ha preso a cuore la mia causa, facendo in modo che alla fine io potessi raggiungere la mia postazione, grazie, ovunque tu sia

– Thom Yorke come Nando Martellini: "France, nul; Italy, dueee!!!"

– mercoledì ho pranzato al giapponese con la mia amica attrice: misto sushi e tigremaki in agrodolce. C'è voluto un po'a riabituarmi alle bacchette, ma che goduria.

– la stazione di Milano Centrale mi piace tantissimo.

– torno a casa stanchissima, dopo un viaggio di quattro ore e mezzo, e scopro che qualcuno ha dormito nel mio letto. Se non sono saltata al collo di quellalì è solo e soltanto perché sono una Signora. Deve ringraziare Santa Pazienza (la mia) e Santa Christine, la santa protettrice delle cretine.


scritto da: amilla alle ore 20/06/2008 15:33 | link | commenti
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martedì, 10 giugno 2008



"...ora possiamo mangiare la sua cioccolata".

Agghiacciante. Bellissimo.

scritto da: amilla alle ore 10/06/2008 22:19 | link | commenti (3)
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